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I grandi uomini hanno scritto le loro opere più eccellenti in quel periodo della loro vita nel quale dovevano scrivere gratis o per un onorario assai basso. "Schopenhauer"

venerdì 8 maggio 2009

MAMADOU VA A MORIRE

So che non dovrei farlo, so che non dovrei perdere tempo col blog chè ho un milione di cose da fare, che leggere De Mauro è affascinante, anzi, lo inviteremo a Togunà, Tullio De Mauro, io e i miei amici togunauti, lo inviteremo a dirci tutte le cose sbalorditive che ha in quella testa da anziano e allora si che sarà un'esperienza cosmica.
- Ciao Tullio, ti va di fare una chiacchierata nello scantinato di Togunà?
- Vediamo..( sfoglia l'agenda), si
- Bene.. Tullio, ti ricordi quando eri ministro dell'istruzione?
- E come dimenticarlo.
Già, come dimenticarlo.
Lo so che avete pensato subito al sifone, lo so che questa associazione è stata immediata: sifone- De Mauro, De Mauro- sifone..., lo so che qualcosa, qualcos'altro anche oggi vi è morto dentro.

Ma così è, se vi pare. E a quanto pare, pare alla maggioranza degli elettori.

Domani alle ore 19 Gabriele Del Grande presenta il suo ultimo libro, Mamadou va a morire, accompagnato dalle musiche di Rocco de Rosa, tutto ciò aggratìs nello scantinato di via Fortebraccio 1, Pigneto, poi se magna e se beve, nun ve preoccupate.

Vi consiglio vivamente di venire e poi di venire anche alla presentazione.
Mamadou è un negro qualunque che si è fatto un culo accussì per raggiungere l'Italia, in un viaggio epico che noi in coda per i voli cancellati dall'Alitala non ce lo possiamo neanche immaginare. Ha attraversato il deserto, che detto così sembra niente, ma il deserto non è proprio come la Rambla o via del Corso.
Molti Mamadou come lui infatti sono schioppati di arsura, game over, di fame, di febbre, abbandonati lungo il tragitto, perché, che vuoi, trasportare due cadaveri in spalla per ciascuno, non deve essere facile mentre cerchi di sopravvivere al deserto e ai 2000 km che ti mancano alla salvezza.
Salvezza una minchia, perché poi alcuni dei Mamadou venuti dal Senegal, dal Gambia, dallo Zimbabwe, finiscono a lavorare nelle oasi come schiavi obbligati dai carcerieri negri ma di un negro più chiaro, a sgobbare per zero lire, come bestie da soma, a cui dare foraggio e abbeveranza. Non riusciranno mai a mettere i soldi da parte per pagare i traghettatori.
Quei Mamadou che invece i soldi ce li avevano stretti nel culo mentre attraversavano il deserto, arrivano in Libia e lì si imbarcano su caccavelle fatiscenti. A metà tragitto si spacca il motore e rimangono in balia del sole, del mare ma non si sentono proprio come in agosto sotto l'ombrellone a 50 euro al giorno a sfogliare Chi o Eva 2000, sulla riviera romagnola.
Vengono intercettati da Lampedusa, vengono lasciati a bagno Maria e Giuseppe e tutto il presepe per giorni e giorni che poi fa una settimana, molti Mamadou muoiono sul barcone, molti Mamadou femmina sono incinta e perciò ne muoiono due per volta. Poi finalmente qualcuno si decide a raccoglierli e arrivano al CPT.
E lì botte.
Dopo un'inferno subito praticamente da sempre, dalla nascita direi, perché ci vuole una sfiga non indifferente a nascere lì dove i Mamadou femmine e maschi sono nati, dopo quest'inferno che nessuno di loro si è scelto, ancora calci in faccia, ancora Bossi-fini, ancora CPT. Sanitari lerci, posti letto insufficienti, in gabbia per settimane per mesi senza uno scopo, senza futuro, un uomo senza futuro ammazzalo subito, a sprangate, ammazzalo subito perché un uomo a cui si toglie il futuro merita almeno di morire in fretta.
E' una vita da cani.
Che poi dipende dai cani.
Vedi i cani di Paris Hilton.
Ora, questo racconto non è proprio una fedelissima sinossi del libro, ma è, diciamo, una sintesi di tutte le vite di qui ragazzi negri che vedete girare nelle vostre città ordinate e che non si capisce perché, nonostante gli italiani si dicano cattolici, praticanti, osservanti e ancora tolleranti e non razzisti, non si capisce perché, di fronte alle vite dei Mamadou, si sia indifferenti, quando li si caccia a male parole, quando li si vuole rispedire da dove sono venuti, quando li si prende a lavorare a nero, quando li si mette a vivere in appartamenti fatiscenti in 15 in una stanza senza acqua calda, quando li si chiama vu cumprà, quando gli si nega la possibilità di pregare, quando li si accusa di rubare il lavoro ai nostri figli con le smart, non si capisce perché nessuno vuol ricordarsi che l'ultima volta che è andato in chiesa il prete ha letto un passo del vangelo di un certo cristo che quei Mamadou li avrebbe accolti e puliti e nutriti e poi vaffanculo, li avrebbe lasciati fare della propria vita quello che vogliono.
Come se la nostra terra fosse davvero la nostra, pezzetti di zolle comprate dagli stati nazionali, pezzi di costa che appartengono all'europeo, all'taliano che è più europeo di un Mamadou ma poi vai a vedere, neanche tanto. Come se le persone non fossero libere di cambiare, di muoversi, di andare via e approdare altrove e ricominciare. La storia dell'umanità è fatta di migrazioni spettacolari, ci siamo sparpagliati a milioni su questa terra grazie ai Mamadou preistorici che invadevano nuove terre e vi si stabilivano.
E la chiesa dov'è, diceva Ulderico Pesce, e i sindacati dove sono e la sinistra, la sinistra, dove cazzo è la sinistra?
Minchia, che amarezza, però, a quest'ora del mattino.

Venite domani e poi venite pure alla presentazione.

Vostra faradou.