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I grandi uomini hanno scritto le loro opere più eccellenti in quel periodo della loro vita nel quale dovevano scrivere gratis o per un onorario assai basso. "Schopenhauer"

lunedì 13 luglio 2009

GENTILMENTE, MA HANNO PISCIATO IL MIO ROMANZO D'ESORDIO, SCRITTO 5 ANNI FA, IN EFFETTI UN PO' CAGARE FACEVA

PREMIO ITALO CALVINO - Edizione n. 22





Scheda dell'opera


Titolo
GenereNominativo


E' ESATTAMENTRE QUI CHE MUOIOROMANZONARDOZI MONICA


Giudizi










Monica Nardozi esplora con questo romanzo torrenziale l'esperienza in diretta, in prima persona, l'inadeguatezza al vivere
di una giovane sbattuta
dall'esistenza ai margini della vita,
intossicata da ogni pillola o sostanza esistente, volitiva in astratto, perentoria in pectore, ma in realtà
depressa (cosciente) e perciò incapace di prendere in mano la propria vita.
Le descrizioni che l'autrice fa di questi stati sono tutte in soggettiva,
ovvero viste dall'interno dell'inferno, con la deformazione della realtà che ciò comporta.
Ne nasce un testo che prolifera per così dire di ipertrofia
del presente, ovvero di un tratto narrativo in cui elementi minimi e marginali della realtà divengono immensi sotto lo
sguardo deformante di chi è sotto
l'effetto di sostanze o semplicemente sotto le spinte di quel se stesso depresso che inquadra con orrore
il mondo, trasfigurandolo. Così, già la scena
iniziale dell'incontro con la vecchia, in treno, e successivamente quella
con il bigliettaio laido, indeciso se abusare o meno della presunta morta,
assumono un carattere titanico per la psiche della narratrice.
L'opera è dominata dalla sezione - con gli incisi erratici e allucinati, flash-back - in
cui la voce narrante percepisce il mondo dalla allucinazione che la fa percepire morta,
portando il testo dalle parti del racconto psichedelico. Dal
punto di vista tecnico, Monica Nardozi è dotata di un tono perfetto, adatto alla situazione narrativa che svolge,
mentre sul piano stilistico il
tentativo di dare immediatezza alla scrittura cede troppe volte al facile scivolamento nel gergale e nel giovanilese-incazzato.
Molto forti, e
importanti, i vari passaggi di stato nelle fasi acute di crisi (panico, orrore, sensazione di morte imminente, sdoppiamento, paralisi...).
Acuta l'idea
di affidare alla voce narrante la capacità di 'entrare' nelle menti altrui per superare il nodo dello scrittore onnisciente.
Stiracchiati i dialoghi,
che potrebbero essere resi più scarni e quindi più incisivi. L'opera, nel suo insieme, risulta interessante,
ma anche eccessivamente incapsulata
all'interno del processo solipsistico della voce narrante, con effetto di ridondanza e di ripetitività,
cosicché gli eventi descritti si sovrappongono
per accumulo senza generare intreccio, salvo l'esile stratagemma del suicidio della madre
(inizio dei drammi della voce narrante) che si risolve nel
finale con un colpo di teatro a segnalare didatticamente la natura edipica del romanzo.
In ogni caso, la forza espressiva di Monica Nardozi, la sua


tensione lessicale e la solidità sintattica sono elementi che segnalano un'autrice il cui talento può essere messo a disposizione
di opere più
asciugate.

Il Comitato di Lettura