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I grandi uomini hanno scritto le loro opere più eccellenti in quel periodo della loro vita nel quale dovevano scrivere gratis o per un onorario assai basso. "Schopenhauer"

giovedì 14 gennaio 2010

LE COSE CHE NON TI HO DETTO

Questo è il decimo giorno.
La vecchia mi ha dato un letto nella stanza a piano terra. E’ una specie di taverna, dove lei cucina e c’è un tavolo di formica rosa con delle sedie, rosa anche loro e i piedi di metallo. E’ un garage, dovrebbe essere un garage, anche se è piastrellato e le mura sono imbiancate, tinta di vecchia data, vecchissima direi, ingiallita dagli aliti del camino d’inverno e dalle zufolate di zuppe ai fagioli e legumi e patate quando piove e va bene mangiare sbobba anche se è appena primavera. La rete è sgangherata e scricchiola da far venire gli incubi eppure di incubi non ne ho. Sto dormendo che è una meraviglia, la sera faccio fatica a prendere sonno così esco a passeggiare nella campagna pesta come un’immensa blatta, ma non ho paura, ho come la sensazione che qui, in questo posto assurdo, del nulla e dei grilli, e dei cani che ringhiano in lontananza e degli alberi che bisbigliano di vento tra le foglie e storie nascoste che mi raccontano in una lingua difficile da decifrare, è come se sapessi nel profondo che nulla qui può accadermi. Poi rientro che ho sudato appena un po’, mi sciacquo il viso e mi corico e senza accorgermene sono già addormentata e la mattina mi raggiunge presto l’odore della moca che sbotta dai fornelli e l’aria fresca dei campi tosati.
Ho avuto voglia di chiamare mio padre. Ho composto il suo numero ed è successo che per la prima volta dopo anni abbia sentito la sua voce ma non lui la mia. Ci ho riprovato in seguito ed è stato lo stesso. C’è qualcosa che non va nel mio cellulare, deve essersi guastato, perché per ben due volte lui ha detto pronto ed è rimasto qualche secondo in silenzio, ho sentito il suo respiro pesante, il rantolo dell’asmatico da nicotina, le 40 sigarette al giorno, ho immaginato il suo dito indice grosso come un salsiccia bavarese, chiazzato di giallo trattenere la cicca contro il medio, che si consuma e la cenere cade mentre è lì, muto e ansioso nel cercare di capire chi c’è dall’altra parte. Dopo poco mette giù. Pensa a uno scherzo, forse, pesa che non voglia parlargli o peggio, che non ne abbia il coraggio. Forse anche lui ha provato a chiamarmi. Forse non mi ha dimenticato del tutto, forse ha provato a chiamarmi ma il mio cellulare non mi ha mai restituito alcuna telefonata.
La mattina la vecchia mi sveglio che è già andata via. Dove vada non ne ho idea. Torna tardi, non è affaticata. A volte torna mentre io sono fuori, per i campi. A volte l’aspetto, seduta su una delle sedie rosa, lei arriva non mi saluta neppure, inizia a cucinare, piatti semplici, veloci, frittate con cipolle, insalata, patate fritte mollicce, salsicce essiccate. Non mangiamo quasi niente, ma mi piace sedere a tavola e mi piace l’odore della tovaglia lisa, un odore di bucato e olio, di cotone sgranato, mi piace la sensazione ruvida del tovagliolo di stoffa contro le labbra e i bicchieri piccoli e bassi, da osteria. Poi lei fuma, la pipa, sulla veranda che assomiglia più a un cortile, un’aia, con i polli che girovagano e i gatti che li ignorano sdraiati al fresco, sotto le stelle e non c’è freddo né caldo. E’ solo pace.
Ogni tanto le butto un occhio contro i piedi. Non ho più avuto allucinazioni e lei non ha più avuto zampe di gallina.
Non faccio un granché in questo posto. Non c’è niente, televisore, radio, giornali. Niente. Mi sveglio per l’odore di caffé che intasa la stanza tutta intera di vapori saporiti. Giro la manopola del gas, osservo per un poco l’ultimo zampillo intermittente e marroncino, poi non lo verso neppure, il caffé. Non ne bevo. Non ne ho bisogno, sono già bella che sveglia e ho voglia di uscire. Attorno è solo campagna, piatta, di terricci secchi e zolle crepate di erba ingiallita e piante di fico. I fichi non sono maturi, ma ci sono già, sono lì, piccoli, neonati, con le foglie di fico mi ci pulisco il culo.
Non c’è carta igienica nella casa della vecchia, non c’è niente che le assomigli, alla carta, niente riviste, neanche la plastica, solo ferro e alluminio e rame. Molto metallo e zero cellulosa. La doccia non esiste, un tubo di gomma fa le sue veci, neppure una vasca e niente acqua calda. Ma non provo fastidio, non provo niente, mi sciacquo in abbondanza, per lunghe mezz’ore, nell’aia, nuda. Tanto non c’è nessuno. Non uso neanche il sapone, non c’è e non ho idea di dove mi trovi, nonostante sia arrivata a piedi, dalla stazione.
Quando ho deciso di seguirla, non è stato perché l’abbia propriamente deciso. Non so perché l’abbia seguita, lei mia ha detto, aiutami con la sacca, vieni a casa mia ti faccio assaggiare una cosa buona. La cosa buona era una minestra di legumi. Era buona davvero, dall’odore, ma poi non l’abbiamo mangiata. Siamo arrivate a casa passando attraverso i campi, lasciandoci la strada statale alle spalle. Abbiamo saltato fossi, percorso vie sterrate, svoltato a destra e a sinistra e non saprei dire, effettivamente, in che punto preciso mi trovi e la cosa non mi preoccupa. Stranamente sto una meraviglia. La mattina dopo la sveglia mi butto sotto il tubo, sto lì a lungo, sotto il getto di acqua corrente, me lo piazzo sulla fronte, ho l’impressioni che mi porti via, quel getto, che possa sciogliermi assieme all’umido del sudore della notte prima, che mi disgreghi immersa nelle molecole di idrogeno, viaggio assieme all’idrogeno disciolto nell’acqua. E’ una bella sensazione.
Poi prendo a camminare.
Con i vestiti attaccati alla pelle, ché neppure mi asciugo, prendo il sentiero alla destra della casa e vado dritto, attraverso ponti e stalle, e sempre campi coltivati a nulla e alberi di fico e rovi di bacche velenose e catapecchie abbandonate, vecchie costruzioni per la rimessa dei contadini, che poggiano lì gli arnesi e le merende, il pranzo nei piatti di ceramica o terracotta, strofinacci impregnati di lardo che cola dalle stoviglie, dal cibo grumoso e farinaceo della pellagra.
Arrivo in punto in cui i campi sono delimitati da grosse mura di cinta e da cipressi. E’ un cimitero, c’è un cancello bello imponente, nessuno ci entra e nessuno esce. Allora mi sdraio, sull’erba che in questo pezzo di terra è rigogliosa e aspetto. Un parente, un prossimo, un devoto, qualcuno dovrà primo o poi far visita ai propri estinti. E invece nessuno. Nessuno entra e nessuno esce.
Ora attraverso il cancello, penso ogni volta, ma poi mi manca il coraggio. E’ così diverso dal cimitero cittadino, dal Verano. Ma qualcosa mi attrae. C’è qualcosa lì dentro che mi tira prendendomi per le dita dei piedi e delle mani, come un formicolio, una scossa leggera, una calamita attratta da un magnetismo tenue. Devo entrare, e oggi lo farò.
Il giorno che l’ho incontrata sul treno, la vecchia ha detto che era giusto rimanere lì, che mi sarei fermata il tempo necessario. Io credo che sia andata, nel senso di lucidità, di alzhaimer o cose di questo tipo eppure mi dà coraggio, mi ispira fiducia, questo posto, la sua casa, le sue mani callose, il suo silenzio, mi danno una tranquillità mai vissuta prima.
Forse sono preda di una di quelle suggestioni new age, la natura, la campagna, le robe essenziali, il contatto primordiale con il mondo, l’esperienza selvaggia che ci ricollega alle nostre origini di mammiferi perduti, di sensi allertati, di ritmi biologici, circadiani, circolari, ciclici, come quelli della terra, del raccolto, delle stagioni, della fecondità, della riproduzione, della luna, della vita e della morte.
Ieri ho avuto un rapporto sessuale con uno sconosciuto.
Ero dirimpetto al cimitero di campagna, sdraiata sull’erba al sole di mezzogiorno. C‘era un caldo inimmaginabile, ma non soffrivo, o non me ne sono accorta. Ero assorta, ero decisa a entrare, di una decisione ponderata, di quelle che lasciano ampio spazio al ragionamento, al soppesamento clinico di tutti i pro e i contro, all’autoanalisi del perché si e del come mai no. Il mettere entrambe le pulsioni sul piatto della bilancia, scandagliare le motivazione dell’attrazione verso la sepoltura e dell’antitetica ritrosia. Mia madre è morta suicida, ho sempre coltivato un interesse emotivo profondo per le urne dal momento che l’unica immagine vivida del volto di mia madre è quella della foto mortuaria impressa sulla lapide.
E’ una foto bellissima. Somiglia a Audrey Hepburn, capelli raccolti, occhi giganteschi, faccia spigolosa.
Bella.
Sin da piccola sono stata una frequentatrice assidua di cimiteri. Del cimitero. Lei era lì e in quel luogo bisognava andare se la si voleva vedere. E per lunghi periodi della mia vita ho creduto di vederla sul serio. Di parlarci sedute comode sul marmo di Giuseppe Pontecorvo o Federica Nizza, di Giammateo Silva e Blasco Della rovere. Erano defunti attigui alla sua tomba, lì chicchieravamo per lunghe ore, lei mi dava consigli sul maquillage e lo studio e io le raccontavo delle mie prime mestruazioni. Poi ho smesso perché mio padre aveva deciso di portarmi in analisi.
Da allora, da quelle giornate piovose di ottobre e novembre, di quando avevo 12 anni, non l’ho più vista, dal vivo intendo, dal vivo-morto, da allora al cimitero potei recarmici solo se accompagnata e dev’essere che mia madre non ha gradito, perché da quel momento, non ha più voluto né vedermi né chiacchierare.
Ed ero lì, sdraiata immersa nei miei dubbi sul da farsi, sull’andare oltre il cancello oppure no, che a un certo punto il sole mi si adombra sulla faccia, come una nuvola di imponenti dimensioni, come una tenda pesante sul bagnasciuga, come un paio di occhiali Gucci, di quelli scuri e spessi da funerale. Davanti avevo quell’uomo, quello con cui ho copulato, grosso nelle dimensioni, alto, molto alto e forte. Uno di quelli accanto ai quali ti senti una bambina, uno di quelli che se volessero ti prenderebbero sul palmo di una mano e ti porterebbero via. Tipo ratto delle sabine, contro cui non puoi niente e non potresti, nemmeno a volerlo e perciò non ti metti d’impegno, perché tanto lo sai, che sarebbe inutile e molto stancante.
Allora ho aperto gli occhi e invece del temporale ho visto lui, con quella faccia strana, ma di uno strano familiare, come se lo conoscessi da sempre. Aveva indosso una maglietta stropicciata e dei pantaloni corti, era scalzo e la sua faccia era fatta di soli occhi e barba, una barba rigogliosa come una foresta pluviale, estesa non in lunghezza, ma larga e rossiccia.
Occhi veramente grandi. Una malformazione forse. Occhi giganteschi, scuri, con lunghe ciglia arrotolate. Che strano essere.
Si è steso accanto a me senza dire nulla. Siamo rimasti così per un po’, entrambi supini, a pancia al sole, con i raggi gialli a picco sulla faccia, con l’odore di fieno nelle narici e l’erba schiacciata contro la schiena. Poi mi sono voltata di fianco e lui era lì, pesante, con quei suoi grandi occhi chiusi e un respiro regolare pesante che sembrava dormire. L’ho osservato per un po’ poi ho chiesto chi sei e lui lo stesso chi sei.
Nessuno di noi ha risposto, avrei voluto dire, l’ho chiesto prima io, ma poi non ce ne è stato il tempo perché lui mi messo una mano pesante sulla bocca e poi mi ha spinto un dito ruvido tra le labbra e io ho iniziato a succhiare, succhiargli il dito come fosse una tettarella, prima modestamente, poi con maggiore avidità,. Aveva un sapore non so, un misto di arancia matura e legno umido, e dev’essere che questa cosa l’ha eccitato perché per un po’ è come rimasto così, di sasso, inebetito e poi mi è venuto addosso con tutta quella sua mole di uomo enorme e mi è sembrato di soffocare per un momento, di soffocare piacevolmente mentre mi stropicciava il viso e cospargeva della mia stessa saliva dappertutto, sugli occhi, nelle orecchie, tra i capelli.
Allora ho cercato di liberarmi dalla morsa di quelle mani ruvide, le ho scansate dal viso con il risultato di sentirmele dritte sui fianchi e contro il petto, sotto la gonna, dentro le mutande. E lo stesso dito all’arancia di legno poi l’ho sentito penetrarmi tra le cosce e ci stava bene, devo dire, senza fatica ha fatto su e giù per un po’, poi è riemerso lasciando il posto a qualcosa di più efficace e appropriato e allora siamo stati lì, per un bel po’, muovendoci in sincrono, con l’erba nelle orecchie schiacciata sulle guance e quella sensazione di caldo che ti viene da dentro quando fai sesso. In un minuto ero nuda, dalla testa ai piedi, lui no. Ed è stato bello essere nuda con la pelle sulla terra, contro l’erba che schiacciata emana fresco, un fresco profumato, di fragranza di vita che muore sotto i colpi del tuo personale, personalissimo godimento. Poi ho avuto un orgasmo, di quelli viscerali che se ne hanno pochi nella vita, io pochissimi, io praticamente nessuno, a parte questo. Ti senti come se una bomba all’idrogeno stia deflagrando dal di dentro, un esplosione che parte non dalla figa, ma dal cuore per irradiarsi a tutto il corpo, le zone periferiche, gli organi interni, le unghie dei piedi, i peli delle braccia e delle gambe e anche l’ultimo insulso capello della tua folta chioma capisce, sa, è consapevole di essere vivo.
Una sensazione struggente.
Quell’uomo, quell’enorme essere umano che mi ha fatto questo regalo è andato via senza che me ne accorgessi tanto ero assorta nel gustarmi un tale piacere. So solo che dopo, quando ho avuto voglia di riaprire gli occhi, lui non c’era più e io ero nuda, ancora sotto il sole, sciolta tra i vapori del mio corpo e quelli della terra che mi aveva fatto da guscio.
E le vene aperte, con il sangue che scorre a fiotte come nel letto di un fiume che abbia triplicato la propria gittata e una sensazione di completezza che mai avevo provato prima.
Quando sono rientrata ho provato a raccontare alla vecchia dell’uomo enorme e della scopata magistrale, ma non ce n’è stato il tempo. Lei era assorta nell’aia e fumava la pipa.
Mi ha detto, devi andare. Come? ho risposto. Devi andare, ha ripetuto lei, devi andare via, ora basta, non puoi più stare qua.
E allora mi sono sentita morire.